Psicologia, Psicologia Forense

Il femminicidio. Una tremenda realtà.

di Loretta Cavazzini 

La portata numerica del femminicidio nella realtà italiana e nel mondo in generale, non è né esatta né certa, ma non diminuisce. Quasi sempre, si parla di donne uccise da un uomo conosciuto, con il quale hanno, spesso, vissuto una relazione affettiva. Durante il 2016 sono state 120 le donne che hanno subito violenza, nel 2017 il numero delle vittime ha raggiunto una media di una ogni tre giorni, nel 2018 sono state 106 le vittime fino al mese di novembre (una ogni 72 ore). Nell’ultimo decennio, del numero totale delle donne uccise in Italia, circa il 72% dei decessi si è verificato in famiglia – secondo i dati forniti dall’ A.N.S.A. – diverse le stime delle Forze dell’ordine che sono fortunatamente in leggera – ma costante – diminuzione.  

Problematiche interne alla famiglia di sovente accomunano una cospicua parte di casi perché violenze e maltrattamenti sono, con elevata frequenza, generati da discussioni causate da tensioni familiari: aspirazione alla separazione di uno dei due componenti della coppia in crisi, gelosie, contrasti in ordine all’affidamento dei figli … 

Varie sono le modalità utilizzate. Una ricerca dell’Associazione SOS Stalking ha rilevato che nel 32,5% degli omicidi, dell’ultimo decennio, è stata utilizzata un’arma da taglio, nel 30,1% l’assassino ha letteralmente incendiato la vittima, il 12,2% degli assassini ha utilizzato armi improprie, il 9% ha ucciso strangolando la vittima, il 5,6% è ricorsa al soffocamento.                                                                                                                                              Fortunatamente attenzione e sensibilità’ a questo fenomeno sono in crescita. Molti, a diverso titolo, in base alle rispettive competenze, si occupano di questa difficile tematica.  

Uno di questi ambiti – quello giudiziario – a volte è fonte di preoccupazione per noi psicologi (psicoterapeuti e psicologi giuridici). Basti pensare ad alcuni orientamenti dei nostri Tribunali che si prendono cura del tema. 

Per chiarire quanto appena espresso, un esempio per tutti, prendiamo in esame, una Sentenza della Corte di Cassazione (Sentenza n. 9221 del 7 marzo 2016 Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 7 marzo 2016, n. 9221) che recita: “Ai fini dell’integrazione del reato di atti persecutori ex art. 612 bis C.P. sono sufficienti anche due sole condotte assillanti in successione tra loro, capaci di arrecare un effettivo pregiudizio alla persona cui sono dirette, purché il comportamento della vittima si frapponga come ostacolo invalicabile alle molestie del soggetto agente”. Quindi, nel caso in cui tale comportamento in qualche modo assecondi o semplicemente non ostacoli il comportamento del carnefice, verrebbe meno il requisito indispensabile del cambiamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita del soggetto passivo. Leggendo il testo integrale di detta Sentenza si evince che, se il comportamento della donna vittima di stalking, non si oppone con forza e fermezza al suo persecutore ostacolando le molestie ma invece ne asseconda l’atteggiamento “permettendo” che persistano quegli atteggiamenti di minaccia, in base alla citata Sentenza, verrebbe meno, a loro dire, “il pregiudizio alla psiche della persona offesa in termini tali da impedire alla vittima di vivere liberamente la propria quotidianità”. Per psicologi, psicoterapeuti e psicologi giuridici invece, proprio tale tipologia di reazione, ossia il fatto di assecondare, almeno parzialmente, gli atti del persecutore, è indice di un serio detrimento della psiche da non sottovalutare.   

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