Psicologia, Psicologia Forense

La memoria inganna: il ricordo e il falso ricordo

di Valentina Ferrara

Come già detto parlando del sistema di codifica nella formazione del ricordo, l’informazione che entra nel nostro sistema cognitivo non è mai identica a quella presente dell’ambiente di provenienza ma sempre una ricostruzione soggettiva mediata da meccanismi individuali.

Questa ricostruzione, e quindi perdita di materiale informativo, avviene sia nella memoria a breve termine sia successivamente in quella a lungo termine per cui l’informazione viene modificata ulteriormente rispetto alla fonte di provenienza.

La modificazione dell’informazione interviene quindi anche sul suo recupero per cui più passa il tempo dalla codifica e più il materiale viene modificato ulteriormente ed alcuni elementi vengono persi. 

Tuttavia la modalità di acquisizione del materiale influisce sulla facilità o meno del recupero poiché cambia l’attenzione che viene prestata al momento della codifica:

se il ricordo è intenzionale, ci sia aspetta cioè di doverlo ricordare, esso sarà più accurato e più facile da recuperare mentre se il ricordo è accidentale esso sarà più lacunoso e più difficile da recuperare. In quest’ultimo caso sarà comunque possibile recuperarlo e renderlo accurato se si evitano successivi interventi inopportuni.

La testimonianza solitamente si basa proprio sui ricordi accidentali e quindi in molti casi gli elementi recuperati possono essere pochi e frammentati ma se avviene una codifica profonda del materiale, quindi viene ricostruito il significato dell’evento, gli elementi ricordati possono essere maggiori. La codifica profonda, quindi, fa si che anche un ricordo accidentale possa diventare accurato e possa quindi essere utile in una testimonianza.

Ad influire sul ricordo, oltre alle caratteristiche del processo di codifica, sono anche quelle del processo di recupero. Questo può essere di tipo diretto o indiretto:

nel recupero diretto si ha come la sensazione di guardare dentro la propria mente e pescare ciò che si vuole ricordare,

nel recupero indiretto si sente di doversi impegnare e ricostruire per gradi il ricordo.

Alcune caratteristiche proprie del processo di recupero, che sia esso diretto o indiretto, influiscono sul ricordo da recuperare facendo si che questo sia più o meno accurato.

L’effetto retrival induced forgetting, cioè dimenticanza indotta dal ricordo spiega come il processo di recupero funzioni come un imbuto per cui nel momento in cui recuperiamo un’informazione automaticamente ne sopprimiamo un’altra che quindi viene dimenticata.

Un altro meccanismo tipico della memoria che influenza il recupero è il fatto che la memoria funzioni più come una ricostruzione che come un ripescaggio di informazioni per cui i ricordi sarebbero una ricostruzione immaginativa di elementi sparsi che per essere richiamati vanno legati tra loro da un processo appunto ricostruttivo. Questo atto non è affatto passivo ma un processo attivo di ricostruzione e di riorganizzazione soggettiva di elementi.

Altro meccanismo del processo di recupero che influenza il ricordo è la conoscenza che noi abbiamo precedentemente rispetto ad un elemento da ricordare, cioè quando noi non riusciamo ad avere accesso diretto ad un ricordo si usa automaticamente l’informazione relativa a quanto probabile sia che quell’evento da ricordare sia effettivamente accaduto in base alle conoscenze che in quel momento abbiamo su di esso.

Inoltre, anche se queste informazioni vengono fornite successivamente al verificarsi dell’evento, il ricordo viene modificato dalle nuove informazioni ricevute andando a completare con esse la parte mancante del ricordo. Alcune ricerche hanno inoltre dimostrato come sia possibile creare il ricordo di una parola non presente in una lista di parole da ricordare quando le parole presenti nella lista sono ad essa legate da un legame semantico, cioè presentano con tale parola non inclusa nella lista una relazione logica o categoriale.

La testimonianza e l’informazione fuorviante: come viene modificato il ricordo del testimone

Abbiamo visto poco fa come il ricordo possa essere alterato da meccanismi automatici di funzionamento della memoria; adesso ci soffermeremo su come un elemento esterno possa influire sul ricordo alterandolo o addirittura modificandolo.

La possibilità di creare il ricordo di una parola non presente in una lista in virtù del legame logico o categoriale con le parole presenti nella lista da ricordare, spiega come l’attivazione cerebrale che genera il ricordo sia determinata da uno stimolo presentato ma anche da un processo ricostruttivo che integra la nuova informazione con quelle preesistenti.

Per quanto riguarda il ricordo di eventi, però, non basta che sia presente semplicemente un’associazione categoriale o logica di significato come accade tra le parole ma è necessario un intervento esterno che suggerisca o influenzi il ricordo distorcendolo o generandone uno nuovo.

Nel anni ’70 Elizabeth Loftus, una psicologa statunitense di fama mondiale, compì numerose ricerche sulla memoria e nello specifico sulle informazioni fuorvianti e sui falsi ricordi andando a dimostrare come la memoria sia facilmente influenzabile dall’esterno e il ricordo possa essere modificato o addirittura creato ex novo in seguito ad informazioni fornite. Queste e numerose altre ricerche successive hanno dimostrato come questi meccanismi di funzionamento della memoria vadano tenuti in estrema considerazione durante la raccolta della testimonianza in sede giudiziaria in quanto possono contribuire alla creazione di false testimonianze e quindi ad evidenti effetti disastrosi in ambito processuale.

Gli studi in merito hanno dimostrato come sia possibile, durante la raccolta di una testimonianza, far si che il testimone interrogato riferisca inconsapevolmente informazioni non vere ma riportate come tali se queste sono state suggerite dall’interlocutore, o perché riferite da altri testimoni o perché in linea con le false credenze di quest’ultimo e quindi inserite all’interno delle domande.

È bene precisare che tali informazioni non vengono riportate come vere intenzionalmente ma sorprendentemente esse diventano vere per il testimone poiché modificano il ricordo reale dell’evento riportato andando quindi ad integrarsi con gli elementi precedentemente presenti in memoria. Diversi studi hanno dimostrato come a volte la nuova informazione si integri con quella preesistente in modo da creare un nuovo ricordo che le comprenda entrambe mentre altre volte la nuova informazione sostituisca la precedente creando un nuovo ricordo completamente diverso dal precedente.

Gulotta (2000) ha identificato, nelle sue numerose ricerche sulla suggestionabilità del testimone, alcuni fattori che rendono il soggetto più facilmente suggestionabile:

  • il testimone, se incerto e insicuro dei propri ricordi, invece di rispondere “non so” o “non ricordo”, tende a farsi guidare dall’interlocutore;
  • il testimone è sensibile all’autorità di chi lo interroga;
  • il testimone, fidandosi di chi gli pone le domande, accetta i presupposti delle stesse;
  • il testimone ritiene di dover soddisfare le aspettative di chi lo esamina (per buona educazione, timore…);
  • il testimone cede alla pressione del contesto processuale lasciandosi suggestionare da domande inducenti;
  • il testimone non desidera essere valutato negativamente;
  • il testimone è la vittima del reato e sa che la sua testimonianza può essere decisiva per gli esiti del processo.

Come abbiamo già visto, tali meccanismi di suggestionabilità valgono senz’altro per l’adulto ma in particolar modo valgono per i bambini per motivazioni di carattere evolutivo e sociale.

I bambini, infatti, hanno generalmente fiducia negli altri ed in particolare negli adulti in quanto visti come figure autorevoli; per questo tendono a considerarli sempre credibili e competenti su qualsiasi tipo di argomento e ritengono più attendibili le loro affermazioni rispetto a quelle dei pari.

Quindi quando le domande vengono formulate da adulti, i bambini tendono ad acconsentire nella maggior parte dei casi ed a modificare il loro racconto se le domande risultano suggestive o vengono ripetute più volte poiché hanno la sensazione che la loro prima risposta sia sbagliata e quindi necessariamente la modificano in relazione a quello che pensano l’interlocutore voglia sentirsi dire.

Alcuni esperti identificano diversi fattori del bambino che ne aumentano la suggestionabilità:

  • l’età (bambini più piccoli sono tendenzialmente più suggestionabili);
  • il tempo che intercorre tra l’evento e la testimonianza (poiché il ricordo è meno preciso e più frammentato);
  • l’autorevolezza percepita nell’adulto;
  • la maggiore suggestionabilità delle domande;
  • la vicinanza affettiva con l’interlocutore (quanto più la persona che pone le domande è vicina affettivamente al bambino tanto più esercita le sue capacità persuasive);
  • la particolare tendenza del bambino a rispondere affermativamente piuttosto che negativamente a domande chiuse.

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