Psicologia, Psicologia Forense

La mediazione familiare come risorsa nel conflitto genitoriale.

di Valentina Ferrara

La mediazione familiare nasce negli Stati Uniti ad opera dello psicologo e avvocato James Coogler alla fine degli anni ’60 per poi giungere in Canada, Francia, Inghilterra e successivamente in Italia alla fine degli anni ‘80 a seguito nell’incremento delle cause di separazione e divorzio e di conseguenza di dispute legali per l’affidamento dei figli.

Essa rappresenta uno strumento finalizzato alla gestione e risoluzione del conflitto genitoriale attraverso appunto la mediazione di un terzo, professionista imparziale, che accompagni le parti ad una migliore comunicazione, alla stesura di un accordo e a una riorganizzazione delle relazioni familiari.

Il mediatore opera in linea con il quadro giuridico di riferimento ma si discosta da esso in quanto non punta alla competitività e alla vittoria di una parte sull’altra bensì alla loro collaborazione e corresponsabilità per un fine comune. Inoltre, a differenza dell’ambito giudiziario in cui viene delegata al giudice la propria capacità decisionale, nella mediazione si riacquisisce tale capacità e attiva partecipazione in vista della risoluzione del conflitto.

Quindi se nel sistema giudiziario la lotta esasperata e cieca porta ad un indebolimento di tutte le parti coinvolte e ad una “sconfitta” di tutti i partecipanti, nella mediazione si giunge ad un nuovo assetto familiare che garantisce il proseguo delle tappe di vita di tutti i componenti senza impoverire nessuno affinché la “vittoria” sia di tutti, soprattutto dei figli.

Quando una coppia si accinge a separarsi si decreta la parola “fine” al loro essere coniugi e compagni di vita, quello che invece non potrà mai terminare, nonostante l’evoluzione della loro storia e la possibilità di crearsi nuovi spazi relazionali affettivi, è l’essere coppia genitoriale per i propri figli.

Quando la separazione avviene in modo conflittuale, la rottura è accompagnata da rabbia, senso di tradimento e abbandono, dolore, delusione, fallimento che muovono le parti alla ricerca di un riscatto, una rivincita e un vantaggio sull’altro che fanno perdere di vista i figli e i loro vissuti.

Questi sono in realtà i principali sconfitti di questi conflitti poiché vanno a perdere le figure di riferimento nella loro vita e si ritrovano spesso triangolati e utilizzati come arma e merce di ricatto di un genitore contro l’altro; non è raro imbattersi in situazioni in cui i due partner “per il bene dei figli” scatenino per anni lotte giudiziarie costose dal punto di vista economico ed emotivo.

Gli elementi che contraddistinguono la mediazione sono:

  • il principio dell’autodeterminazione delle parti, che diventano quindi “parti attive” e non passive del loro processo decisionale;
  • la ricerca di senso, poichè si cerca di ridefinire la storia di coppia, la nascita e costruzione della coppia genitoriale, il senso della rottura e l’assunzione di responsabilità di entrambe le parti;
  • il passaggio del focus dal singolo al nucleo familiare alla ricerca di un equilibrio che, puntando alla valorizzazione delle risorse delle parti, arrivi a definire un assetto funzionale al benessere sia dei genitori ma soprattutto dei figli.

Possiamo quindi affermare che la mediazione familiare si pone come un aiuto e un sostegno concreto che tenga conto dei bisogni di ognuno, in particolare dei minori, affinché questi possano vivere in un clima più sereno e stabile e dove i genitori continuino a sostenerli e guidarli, seppur separatamente, in tutte le tappe del loro sviluppo.

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