Psicologia

Solitudine, un male silenzioso che può sfociare in una forma depressiva: possibili rimedi.

di Loretta Cavazzini

Sentirsi travolti da un senso di vuoto è una delle peggiori sensazioni che si possano provare; si tratta di un vuoto interiore, di non trovare nulla che possa motivare e credere che la vita non abbia più un senso, un vuoto esistenziale.

Molte persone sperimentano questo sentimento durante la loro vita e non viaggia mai da solo ma si accompagna sempre a solitudine, mancanza di piacere, sensazione di isolamento dal resto del mondo. Molteplici possono essere le ragioni di questo profondo malessere, una delle più frequenti è la perdita di una persona cara, sia che avvenga a causa di un lutto che di una separazione. La persona che improvvisamente viene a mancare e che con la sua presenza aveva dato un progetto ed una struttura alla vita di chi resta, può scatenare, in chi patisce tale perdita, questa sensazione di vuoto interiore. Altra motivazione può essere la perdita del posto di lavoro, soprattutto quando il ruolo rivestito era vissuto con intensa identificazione dalla persona, come indispensabile ai fini della realizzazione dei suoi sogni e delle aspettative che in esso aveva riposto. Altri invece sperimentano questa sensazione in momenti di svolta, come ad esempio il trasferimento in un altro Paese, una malattia, propria o di una persona cara … cioè, in tutti quei periodi di transizione che generano inevitabilmente momenti di incertezza e richiedono ristrutturazioni importanti nella pianificazione della vita.

Va però tenuto in conto che le circostanze appena considerate attuano tutte come detonante, ossia come circostanze attivatrici… e che il sentimento che si prova non va ascritto esclusivamente alla perdita, piuttosto va relazionato soprattutto con l’Io di chi le soffre. Il vuoto esistenziale è innanzi tutto una forma di dissociazione che implica la perdita di contatto con sé stessi, è come se – un po’ alla volta – ci si disconnettesse e si iniziasse a veder scorrere la propria vita dall’esterno, senza provare alcun interesse o coinvolgimento, come se si fosse spettatori di una opera carente di senso.

Perciò mentre la persona mantiene il fuoco della tua attenzione su un obiettivo altro, non presta attenzione alla sua interiorità riducendo così, progressivamente la sua sfera di interessi e, ad aggravare la situazione, si aggiungono poi una serie di frustrazioni riguardanti le mete e le aspettative non raggiunte.

Quali sono i peggiori pericoli in cui si può incorrere nel tentativo di riempire questo vuoto?

Uno tra i più frequenti è che le persone si impegnino con una serie di attività quotidiane che impediscono di pensare; in altri casi che credano di trovare la soluzione nel cibo o nell’uso di sostanze stupefacenti, nell’alcool ed altre ancora che cerchino uno sfogo con acquisti compulsivi. Tutti questi però sono solo comportamenti che fungono da palliativi momentanei che altro non fanno che aumentare la sensazione di vuoto interiore che li ha generati.

Quando poi la sensazione di vuoto esistenziale non si riesce a fronteggiare non è remota la possibilità che si converta in una forma depressiva – più o meno lieve – alla quale si accompagnano la perdita di provare piacere (anedonia), la perdita della fiducia nella vita fino ad arrivare, nei casi più estremi, ad idee suicidarie. Come se il cervello di queste persone riuscisse a rispondere solo ai messaggi negativi a causa di un anomalo funzionamento di alcune aree, ossia una ipoattività del corpo striato e contemporaneamente una iperattività della corteccia prefrontale ventrale, area deputata al recepimento degli stimoli avversi e sgradevoli. Fortunatamente, questo meccanismo può essere corretto mediante un adeguato trattamento farmacologico associato ad una indispensabile psicoterapia che aiuti la persona in difficoltà a riconoscere il vuoto, a non rifugiarsi in comportamenti dannosi per nascondere la sensazione che prova ed il primo passo per raggiungere questo obiettivo è riconoscere il vuoto che sente per iniziare un processo di riscoperta di un nuovo senso.

La sensazione di solitudine e di vuoto si manifesta in modo diverso anche secondo la cultura di appartenenza della persona; questo significa che la prospettiva può essere cambiata trasformando questa fase di vuoto in una tappa in più della vita che offre nuove opportunità per cambiare ed esplorare nuovi orizzonti, imparare a cogliere questo senso di tristezza, solitudine, vuoto … come un segnale che di necessità di un cambiamento.

In casi simili la psicoterapia dovrà tendere a portare la persona ad abbandonare l’atteggiamento di guardare verso esterno e abituarla a rivolgere lo sguardo verso la sua interiorità. Ad apprendere che il vuoto che prova non può essere riempito da cose ma da significati speciali per lui. La ricerca di senso è sempre un viaggio personale durante il quale va scansionata la propria interiorità alla ricerca di significati importanti per la persona, significati che lo facciano vibrare, motivare ed entusiasmare.

Altro compito dello psicoterapeuta sarà quello di rendere cosciente la persona che il suo “vuoto esistenziale” rappresenta, in qualche modo, una forma di disconnessione da sé stesso e che, con molta probabilità, per molto tempo non si sia preso troppa cura di sé, che sia giunta l’ora di scoprire quali sono i suoi desideri, i suoi timori, le sue aspettative ed i suoi sogni; tutto questo lavoro lo aiuterà a trovare nuovi significati per la sua vita per il suo presente e per il futuro. Inizialmente potrà sembrare un lavoro duro ma poi, via via che aumenterà di grado di consapevolezza, il sentimento di vuoto andrà scomparendo con un valore aggiunto: il rinforzo dell’autostima e della fiducia nelle proprie capacità.

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