Psicologia, Psicologia Forense

Lo stile di attaccamento nel ciclo dell’abuso.

di Valentina Ferrara

Gli studi sull’ attaccamento si sono occupati di indagare la relazione madre- bambino per poter riconoscere le situazioni a rischio e progettare interventi mirati. Secondo la teoria dell’attaccamento quando una donna aspetta un figlio vive una particolare situazione psicologica in cui costruisce nella propria mente un bambino fantasticato, carico di desideri, aspettative e paure che il genitore nutre rispetto al futuro bambino e al proprio ruolo genitoriale. Per costruire questa immagine idealizzata la madre attinge alla propria infanzia, ai propri vissuti e al rapporto istaurato con la propria madre. Quando il bambino nasce la madre entra in contatto con il bambino reale che può o meno rispecchiare le caratteristiche del bambino che la sua mente aveva costruito; nel caso in cui le aspettative troppo elevate non vengono soddisfatte, la relazione tra tra i due ne verrà influenzata. Lo stile educativo attuato nei confronti del proprio figlio sarà compatibile con quello sperimentato con la propria madre e quindi si parlerà di trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento.

La relazione con la madre rappresenta il presupposto per la formazione di stili di attaccamento che verranno poi riproposti in tutte le relazioni affettive della propria vita. Il sistema di attaccamento è costituito da una serie di pattern comportamentali che condividono l’unico scopo di mantenere la vicinanza e il contatto con la madre e rispecchiano il tipo di relazione con essa instaurato.

Dalla Ainsworth sono stati rilevati, mediante la procedura della Strange Situation, tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente.

Il primo è caratterizzato dalla relazione con una madre sicura e capace di offrire al figlio le giuste cure e attenzioni di cui ha bisogno, il secondo è caratterizzato dalla relazione con una madre rifiutante e distante, incapace di fornire al bambino cure e affetto, il terzo è caratterizzato dalla relazione con una madre incapace di rispondere alla richieste del bambino in modo adeguato e quindi di sintonizzarsi con i suoi bisogni. Dall’osservazione di particolari relazioni tra madre e figlio sono stati successivamente identificati altri stili di attaccamento definiti atipici. A questi stili di attaccamento risultano fortemente correlate situazioni stressanti come patologie psichiatriche nelle figure genitoriali, abuso fisico e sessuale, separazioni precoci o ripetute dalla figura materna, crisi familiari, fattori di rischio psicosociale, danni neurologici, violenza, lutti e traumi irrisolti nella storie della figura di attaccamento.

Il modello di attaccamento atipico più comune nei casi di abuso infantile é lo stile Disorganizzato/Disorientato (D) (circa l’80 % di bambini abusati presenta questo stile di attaccamento). Questo stile di attaccamento è caratterizzato da comportamenti contraddittori, di attaccamento ed evitamento, nei confronti dei genitori, espressioni o movimenti incompleti, interrotti o indirizzati in modo errato, stereotipie, posture anomale, immobilità fino ad indici di paura o preoccupazione nei confronti del genitore. Il loro comportamento sembra essere privo di uno scopo osservabile, di una motivazione intenzionale o di una progettazione. L’ aspetto che genera conflitto nel bambino è la tendenza a rivolgersi al genitore come fonte di rassicurazione di fronte ad uno stimolo spaventante e allo stesso tempo il fatto che è lo stesso genitore a suscitare paura.

Tale comportamento è indicativo del crollo delle strategie comportamentali ed attentive ed è collegato con una maggiore predisposizione a disturbi dissociativi, a comportamenti simili all’ autoipnosi indotti da ripetute esposizioni alla situazione paradossale che porta a stati simili a trance. Tuttavia non si può generalizzare poiché accade che un buon utilizzo di funzioni riflessive permetta un superamento delle conseguenze del trauma.

Così come lo stile di attaccamento avuto con il proprio caregiver si trasmette di generazione in generazione, nella maggior parte dei casi di abuso accade che la vittima da adulto tenda a riproporre il comportamento abusante sui propri figli o si leghi ad un compagno violento ed abusante. Accade per esempio che la mancata elaborazione del trauma porti a mantenere un rapporto ambiguo nei confronti della famiglia abusante, un rapporto basato sull’allontanamento ma anche sulla dipendenza. Spesso purtroppo, dopo essersi allontanate dalla famiglia di origine e averne creata una propria, molte vittime continuano a frequentare i genitori, a portare da loro i propri figli e a permettere il perpetuarsi dell’abuso su di loro. Di fronte a tali situazioni le madri-vittime tendono a coprire il genitore abusante, a negare l’accaduto o a difenderlo come a considerare tale comportamento non solo come un diritto da esercitare ma anche come una condotta da accettare, così come loro hanno fatto nella loro infanzia. Appare quindi chiaro che la negazione non faccia che riproporre il tanto odiato comportamento abusante subito e quindi a perpetuare il ciclo dell’abuso.

Nel caso in cui la vittima diventi un genitore abusante nella maggior parte dei casi tende alla ripetizione della stessa aggressione sessuale subita da bambino, un tentativo distorto di dare uno sbocco a traumi sessuali precoci irrisolti. Si è osservato, specialmente riguardo ad abusi sui bambini, che le loro ultime aggressioni spesso sembrino ripetere gli aspetti della vittimizzazione da loro subita; e cioè l’età della vittima, i tipi di atti compiuti e così via. Infine è stato osservato come molte vittime di abusi scelgano come partner soggetti violenti e abusanti che abusino dei figli, mantenendo in questo modo vivo l’abuso difficile da elaborare. La coazione a ripetere permette in entrambi i casi, mediante la ripetizione dell’evento traumatico di dare un significato e di controllare l’abuso e il dolore da esso causato.

Il ciclo dell’abuso viene attribuito ad un particolare tipo di apprendimento che non consiste nella ripetizione meccanica del comportamento ma nel riprodursi di uno stile relazionale complesso.

Tale apprendimento può verificarsi per due motivi:

  1. Nella vita della vittima non si è mai verificata una reale interruzione della relazione disfunzionale che ha dato origine all’abuso; non si tratta quindi di un semplice apprendimento ma di un perdurare della relazione con il contesto abusante che continua ad agire e a produrre i suoi effetti. La vittima dipende totalmente da questa relazione e tramite i figli mantiene un legame con i genitori, da essi spera di ottenere risarcimenti, sempre deludenti, o prove di affetto e preferenze, sempre ambigue. Delusioni e ambiguità che non fanno altro che esasperare sempre più il gioco relazionale. I fallimenti nella vita attuale non fanno altro che risvegliare interesse e mobilitazione nella famiglia di origine.
  2. È avvenuta un’interiorizzazione della relazione incestuosa, in questo caso si tratta di un vero e proprio apprendimento in cui la relazione viene riproposta in ogni suo aspetto. In questo caso sono attivi meccanismi di difesa di identificazione con l’aggressore, per rendere più controllabile e meno temibile la violenza subita, e di ripetizione compulsiva, nella speranza che riattualizzando gli stessi conflitti essi possano trovare una diversa e migliore soluzione.

Per approfondire:

Speranza A. M., Odorisio F., Disturbi dell’attaccamento, in Ammaniti M., Manuale di psicopatologia dell’infanzia, Raffaello Cortina, Milano, 2001.

Schinaia C., Pedofilia pedofilie: la psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollari Boringhieri, Milano, 2001.

AA.VV., La violenza nascosta. Gli abusi sessuali sui bambini, Raffaello Cortina, Milano, 1984.

Groth N., Il trauma sessuale nella vita dei violentatori e corruttori di fanciulli, in Gulotta G., Vagaggini M., Dalla parte della vittima, Giuffrè, Milano, 1981.

Malacrea M., Vassalli A., Segreti di famiglia: l’intervento nei casi di incesto, Raffaello Cortina, Milano, 1990.

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